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Il Cardinale Ruffo

Fabrizio Dionigi Ruffo (San Lucido, 16 settembre 1744 – Napoli, 13 dicembre 1827) è stato un cardinale e statista italiano, famoso per aver creato il movimento sanfedista, e comandato l'esercito della Santa Fede, principale arma della reazione controrivoluzionaria che segnò la fine della Repubblica partenopea del 1799.

Tenacemente attaccato ai principi della monarchia assoluta, radunò bande di contadini in Calabria con un proclama ne quale si proponeva di cacciare i francesi dal Regno di Napoli e ristabilire la monarchia. Postosi alla testa di 25.000 insorti, si impadronì di Crotone per entrare poi vittorioso in Napoli nel giugno 1797.

A Ruffo di Bagnara, detto il cardinale generale, fu a torto imputato l'estremo rigore mostrato dalla corte e dall'ammiraglio inglese Horatio Nelson contro i giacobini napoletani.

L'esercito della Santa Fede

Fabrizio Ruffo intravide la possibilità di saldare il popolo agli aristocratici in una comune lotta contro la classe emergente, la borghesia, che era l'ispiratrice degli ideali rivoluzionari, ma che nel Regno di Napoli era insufficientemente rappresentata e mal radicata sul territorio. Sollecitò dai Borbone l'incarico ufficiale per far insorgere le Calabrie contro la Repubblica partenopea, anche se ottenne pochissimi mezzi per iniziare l'impresa; si mise a capo di bande di contadini calabresi radunatisi a Pizzo Calabro (già 17.000 al momento dell'arrivo del cardinale) per combattere le armate rivoluzionarie e ne inventò la denominazione di Armata sanfedista o, meglio, "esercito della Santa Fede".

Sin dall'inizio - il cardinale giunse a Pizzo il 7 febbraio 1799 - le bande sanfediste, piene di zelo religioso e di odio verso i francesi ed i loro partigiani, organizzate dal cardinale nel miglior modo che il poco tempo e gli scarsi supporti dalla corte di Palermo permisero, si rivelarono uno strumento bellico di tutto rispetto. Ruffo conquistò tutte le città e i villaggi che incontrò. Talvolta, come a Crotone, non poté impedire che l'odio dei contadini e il desiderio di arricchirsi e vendicarsi sfociassero in saccheggi e devastazioni. Generalmente il cardinal Ruffo e le sue bande, in una storiografa quasi esclusivamente di impronta risorgimentale, quindi pro-repubblicana, sono descritti come poco più che briganti assetati di sangue. Nell'epistolario del cardinale e in altri documenti non mancano però le prove che egli si dicesse «costretto ad inghiottire la propria indignazione» di fronte agli atti vandalici di parte del suo esercito, e che quando poté fu inflessibile nel punirne gli eccessi. Un altro dei problemi derivati dall'esigenza di accettare nelle proprie file individui palesemente interessati solo al saccheggio e alle violenze fu che, in occasione di alcuni scontri particolarmente fruttuosi, gran parte dell'esercito si dileguava per godersi il bottino, rendendo necessarie ripetute soste per riorganizzarsi.

Nonostante le difficoltà, in pochi mesi terminò la propria marcia con l'assedio di Napoli (13 giugno 1799), ultimo resto della Repubblica partenopea, ormai abbandonata già dal 7 maggio dalle armate francesi, richiamate in Italia settentrionale dall'avanzata austro-russa, e accerchiata dal mare dalla squadra navale anglo-borbonica.

Il prevedibile esito finale dell'assedio creava comunque dei problemi al Ruffo. Restava da decidere come trattare le centinaia di persone che avevano partecipato al governo di Napoli durante l'occupazione francese. Centinaia di persone, quasi tutte appartenenti all'aristocrazia, molte fra le più chiare personalità dell'epoca (basterà ricordare l'economista Mario Pagano il medico Domenico Cirillo, lo storico Vincenzo Cuoco) rischiavano di essere giustiziate come traditori. Dal punto di vista del diritto la loro posizione era insostenibile, in quanto nessun governo aveva riconosciuto il governo rivoluzionario. Lo stesso governo francese aveva rimandato indietro senza riceverla una delegazione inviata allo scopo di ottenere il riconoscimento. Inoltre il territorio del regno era stato fin dall'inizio spaccato fra aderenti al nuovo stato di cose e «insorgenti» (secondo la definizione di Vincenzo Cuoco nel suo Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli - edizione del 1806), vanificando ogni speranza di ottenere un riconoscimento de facto (lo stesso Cuoco, aderente della prima ora, dichiarerà più tardi nel suo Saggio : «il nostro Governo era illegale»).

La fine della Repubblica partenopea

Nell'avvicinarsi sempre più a Napoli, ormai unica città del Regno dove la Repubblica contava sostenitori numericamente significativi, il cardinale aveva ricevuto più volte ordini scritti da parte della corte di Palermo in cui lo si diffidava dal concedere patti onorevoli di resa; era infatti ben noto che il cardinale non voleva un altro bagno di sangue. Vista l'ineluttabilità della caduta della città, il cardinale iniziò delle trattative volte a sottoscrivere una capitolazione prima che arrivassero espliciti ordini contrari. Così facendo cercava - nei limiti del possibile - di attenuare le prevedibili sofferenze dei Napoletani concedendo loro di optare per la fuga, imbarcandosi o seguendo le guarnigioni francesi, che avevano già abbandonato la città.

Ma appena questo accordo fu sottoscritto ed accettato anche dai comandanti delle truppe regolari presenti all'assedio (comandanti delle navi inglesi e di alcuni contingenti russi e turchi), Ferdinando IV e la regina Carolina, sentendosi forti dell'appoggio inglese, lo esautorarono dal comando. I reali e il capo del gabinetto, Giovanni Acton, sapevano di poter contare sulla assoluta obbedienza dell'ammiraglio inglese Lord Horatio Nelson, notoriamente succube di Emma Hamilton e quindi della regina Maria Carolina. Appena giunto in rada egli infatti procedette ad annullare le clausole del trattato già stipulato. Il cardinale, minacciato addirittura di arresto, assistette impotente agli orrori della repressione, in cui Horatio Nelson prese una parte tale da attirarsi fortissime critiche anche dai suoi superiori e dal parlamento inglese.

Dopo la Controrivoluzione

Alla fine del burrascoso episodio si recò a Roma per cambiare il proprio titolo con quello di Santa Maria in Cosmedin, l'11 agosto 1800. Lo cambierà ancora, con Santa Maria in Via Lata, nel 1821. In epoca napoleonica il cardinale seguì papa Pio VII in prigionia a Parigi, dove non tardò ad allacciare relazioni con il governo francese, grazie ad una esplicita ammirazione per Napoleone Buonaparte e, in qualità di ascoltato consigliere del papa, lo esortò a firmare il trattato di Fontainebleau.

 
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